Ho appena finito di leggere Lieto evento, dopo troppo tempo.
Il momento è però propizio: due amiche sono in zona maternità, chi un po’ prima chi un po’ dopo (e chi -io- MOLTO prima, anche perché di paternità si tratterebbe).
Trent’anni, innamorati, un piccolo appartamento nel Marais di Parigi, Barbara e Nicolas sono una coppia bella, libera e felice. Ma Barbara resta incinta e, di colpo, tutto cambia. Prima il corpo che si gonfia e si deforma, le nausee e i malesseri. Poi la vita completamente sconvolta dall’arrivo di Léa, piccola creatura dispotica e manipolatrice. Niente più viaggi in paesi esotici, basta con le serate mondane, sfumate le ambizioni professionali. Quella giovane donna moderna ed emancipata si ritrova imprigionata nel più tradizionale e arcaico dei ruoli femminili: quello di madre. Nessuno l’aveva preparata a questo e, mentre la sua relazione con Nicolas comincia a sgretolarsi, Barbara giungerà a provare un sentimento di rifiuto nei confronti della figlia che l’ha privata della sua vita di un tempo. Violento, sincero, impudico, questo romanzo infrange i tabù sull’essere madre tracciando del “lieto evento” un quadro molto lontano da quello idilliaco che la società tende ancora a imporre.
Chiara finalmente potrà leggerà il mio commento che, come al solito, racchiudo nel guscio protettivo.
Lo consiglio? Non so. Non direi. Forse sì. Forse sì se siete già disincantati, non vi vedete nel ruolo di genitori e siete pronti al peggio.
Leggi il commento… e non lamentarti dopo! ▼
164 pagine. I soliti tre giorni (molto ma molto rilassati). Si legge facilmente anche se il linguaggio non è entusiasmate, sembra un po’ sconnesso e un po’ ripetitivo. La trama è violentemente semplice. Normalmente uno dei modi che uso per giudicare quanto un libro mi è piaciuto è contare le orecchie che faccio sulle pagine (non indicano i punti a cui sono arrivato, per quello c’è il segnalibro) ovvero quante frasi/concetti interessanti ho trovato. Ebbene qui siamo ad un minimo storico. La parola più ricorrente che mi veniva in mente, riferita alla protagonista, era: stupida. Fermo restando che posso ben immaginare (ma forse solo in parte) gli sconvolgimenti che un figlio può portare nella vita di due persone (soprattutto ad una ma che sta dall’altra parte) non riesco a capire come possa essere così tragico (basterebbe problematico, difficile). Sì certo è normale che lo sia se non si è pronti ma anche così un minimo di riflessione deve portare a vedere il bicchiere mezzo pieno altrimenti è finita (appunto). Già è un disastro vedere affondare le relazioni per motivi ridicoli, quando c’è di mezzo un figlio (e quindi la volontà di farlo nascere) è ovvio che qualcosa deve cambiare e molto. Che senso ha lamentarsi di come si diventa (più belle dico io), che non si può fare quello che si faceva prima ecc…? No dico, non ci potevi arrivare prima?
A -30 un barlume di speranza: sembra che qualcosa si sia messo in moto e si sia innescato un ragionamento virtuoso che potrebbe sfociare nel lieto fine… Niente di più sbagliato.
Colpa mia: mi aspettavo, volevo, il lieto fine. L’unica cosa che mi interessa adesso; non c’è proprio bisogno di un altro modo per sbattere in faccia la già triste realtà.
Nonostante tutto qualche spunto di riflessione c’è e la lettura non è mai inutile… quindi la morale è sempre quella: meglio prestato che comprato.
PS: ma, alla fine, chi è il padre?